Estratto dal Bollettino del Club Alpino Italiano, vol: XX, n.35, anno 1887 ad opera di Bruno Bravetti autore di “Giambattista Miliani (1856 – 1937 ) imprenditore, uomo politico, alpinista, speleologo, ambientalista, viaggiatore”, edizioni “ affinità elettive”, Ancona.
Il fascino dei Monti, la magia della
Sibilla. 1887: Giambattista Miliani compie un’escursione sui
Sibillini. E la descrive
“…Se si prende Visso per il punto di partenza, adoperando
il mulo, o fidando su un buon paio di gambe, in tre giorni si riesce
a salire le cime principali del gruppo; e con un quarto giorno a
goderne il magnifico panorama da uno o più diversi punti dei
contrafforti, che lo prospettano. Il primo giorno converrebbe partire
assai di buon mattino per fare l’ascensione del Monte Rotondo
(m.2103) che è la punta più elevata del gruppo al nord. Volendo,
sarebbe interessante di salire prima Monte Bove, che è notevole per
la sua conformazione semicircolare, e che, tutt’al più, potrebbe
far ritardare di un’ ora e mezzo l’arrivo sulla cima di Monte
Rotondo.Questo monte, come in certo modo lo indica pure il suo nome, si differenzia dagli altri del gruppo per essere privo di scogli, e senza i ripidissimi pendii del Vettore e della Sibilla.
Il giorno che io ascesi codesta cima il cielo era fosco, spesso pioveva, e le nebbie strisciavano sui monti all’intorno; così l’occhio poco poteva spaziare, e a stento si scorgevano a nord ovest le colline degradanti della Marca Marittima e la linea nera dell’Adriatico. Rispetto alla loro posizione, guardando da questo punto le giogaie maggiori del gruppo, Vettore e Sibilla, la linea magnetica passa loro per mezzo, ed offrono una veduta imponente e severa, più che da altre parti da cui vengano osservate. Nel discendere ( oltre che per fare una via diversa da quella tenuta al mattino) gioverà di traversare Pian di Pao lasciandosi a destra l’altipiano di Cupi (m.925 ) per visitare il celebre tempio di Macereto…
Da questo punto, per una strada relativamente comoda, si discende al villaggio detto Appennino, presso cui si incontra la via provinciale che conduce a Visso, dove, se non si è perduto molto tempo durante la giornata, si può giungere innanzi sera.
Il mattino seguente, volendo ascendere il Vettore, bisogna levarsi assai per tempo e prendere la via che, passando per la valle del Nera, sale poi per Sant’Angelo e Gualdo, alla Madonna detta della Forca dove, allo sguardo fino a quel punto rimasto racchiuso in angustissime valli, si offre, con grata sorpresa l’ampia ed inaspettata veduta del piano di Castelluccio.
Veramente magnifico lo spettacolo di tale pianura, posta a più di 1400 metri sul livello del mare, in mezzo un colle, sulla cui cima sorgono case da formare un villaggio, ed all’intorno alti monti, lassù diventati colline, quasi a rendere omaggio al grande colosso del Vettore, che domina all’ est tutto il vasto bacino.
Era un bel mattino di settembre e si era da poco levato il sole, quando io arrivai la prima volta in vista del piano di Castelluccio.
Più che per riprendere lena, mi soffermai alquanto per contemplare la magnifica veduta che mi si spiegava d’innanzi, fatta più viva dagli ultimi giorni della mietitura, e dalle molte persone aggruppate intorno alle aie improvvisate sul verde dei prati, ed intente a careggiare ed ammucchiare i covoni.
Anche quando ebbi ripreso a camminare, non potei levare gli occhi da questo bellissimo piano, fino a che non giunsi sulla cima del Vettore (m. 2477 ) sei ore mezzo dopo che ero partito da Visso. Più fortunato del giorno precedente, di lassù, potei godere la veduta magnifica che sottostà all’intorno di questo gigante dei Sibillini.
Tutta illuminata dal sole, si spiegava ad est, la bellissima provincia d’Ascoli, mentre perduti fra la caligine, in apparenza assai lontani si scorgevano i monti di Fabriano ed il gruppo del Catria, dall’altra parte, fra le nubi, ma sul fondo turchino del cielo, risaltavano a distanza le aspre giogaie del terminillo e del Gran Sasso. Rimasi circa un’ora a contemplare l’immenso panorama con grandissima soddisfazione e poi, percorrendo il gran semicerchio avvallato che separa la cima del Vettore da quella del Petrara, che è il punto più elevato, mi diressi a quella volta. Oltrepassata di poco la cima del Vettore, percorrendo la cresta, in fondo a valle, a sinistra si scorge il lago di Pilato che, in estate, come quando lo vidi io, ha forma di occhiali.
In tutta questa valle, nei luoghi più riparati dal sole, esistono depositi di neve, che assai di rado sgelano completamente in estate.
Ritornando indietro pel medesimo cammino, discesi avanzando sino a Forca Viola, che sta tra Vettore e Sibilla, con l’intenzione di far sosta in qualche stazzo. Ma avendo saputo da un buttero che non ve n’erano in vicinanza, e che, non potendo fermarmi dove mi trovavo per essere senza sufficienti provvisioni da bocca e senza un mantello per dormire all’aperto a più di 2000 metri sul livello del mare, decisi di scendere a Castelluccio, da dove la mattina seguente sarei ripartito prima di giorno per salire il Sibilla. Così anche consiglierei di fare, a chi avesse intenzione di compiere lo stesso giro del quale sto parlando.
Il paesello di Castelluccio che, riguardandolo dall’ampio bacino su cui domina, dal Vettore, o da qualcuno dei monti all’intorno, offre sempre un aspetto pittoresco, e, veduto da vicino e massime nell’interno, è brutto, lurido ed antipatico così da non potersi ridire. I vicoli angustissimi, e per lunghi tratti coperti, le comunicazioni interne fra le case vicine, sono caratteristiche di questo villaggio, esposto per la sua altitudine, e per la sua posizione in mezzo ad un gruppo di monti, alla lunghezza ed ai rigori di un inverno, che non è quello normale delle nostre regioni.
Una veduta incantevole godei la sera dalla finestra della stamberga in cui dovevo dormire. Era una delle più belle notti di settembre, un plenilunio sereno irradiava della sua calma luce l’ampio bacino, su cui domina minacciosa la grande e nera mole del Vettore. Intanto un sottile ed ondulato strato di nebbia posava sul piano sottoposto, e con l’effetto di luna, e la circostante corona di colli, ridava al vero l’aspetto di un lago, in mezzo a cui come una isoletta perduta, sorgeva il povero villaggio di Castelluccio. Ed io volentieri riandavo, guardando, alle epoche remotissime, in cui veramente le acque dovettero coprire quel piano, perchè quel lago pareva incantato, come le cose lontane che ci dipinge la fantasia.
Qua e là tremule macchie di una luce roggia facevano strano contrasto col cinereo colore dei placidi flutti. Erano i fuochi che ardevano nell’aie improvvisate, ed attorno ai quali ciarlando e cantando, sedevano uomini e donne che, dimentichi delle fatiche del giorno, s’allegravano, per quelle liete feste campestri, a cui da sempre è occasione la mietitura.
Non so per quanto rimasi a contemplare quell’attraente spettacolo, ma certo per un non breve tratto di tempo, perché quando me ne ritrassi, la gran parte di quelle macchie di luce rossastra erano sparite, indicandomi che la lieta brigata che le faceva risplendere era stata presa dal sonno.
Anch’io vinto da una forte stanchezza, mi gittai sul letto e dormii, sino a che non vennero a svegliarmi, due ore prima del giorno.
Per la via stessa fatta scendendo dal Vettore, mi diressi a Forca Viola, d’onde poi seguendo un facile sentiero, e girando sempre a sinistra pel versante orientale, arrivai ben presto sulla estrema punta sud del monte Sibilla, che è la più alta.
L’escursione potrebbe essere finita, ma io la prosegui camminando per tutta la cresta sino alla estrema punta nord dello stesso monte. Senza essere molto pericolosa, in alcuni punti, la cresta si stringe d’assai , lasciandosi al disotto, per parecchie centinaia di metri, pendii quasi a picco, che fanno provare, guardandoli di lassù, una certa emozione di soddisfacimento, a chi, senza soffrire di vertigini, ha la passione delle montagne.
Da questo picco che è il più centrale del gruppo, si può abbracciare d’un colpo d’occhio tutto l’insieme dei monti Sibillini, e formarsene un’idea abbastanza chiara, che rimane caratteristicamente impressa nella memoria.
Da nord-est a nord-ovest Punta della Regina ( m.2333 ), monte Rotondo, monte Bove, ed indietro, quasi ad est, monte Tre Vescovi; tra sud e sud-est, Vettore e Petrara: i principali insomma del gruppo in tutte le più spiccate particolarità della loro struttura.
Poi ritraendo lo sguardo, che, dalle montagne all’intorno, con sentimento di piacere va a riposarsi sul lontano orizzonte, e abbassandolo di nuovo si resta come affascinati dal vuoto che si apre sotto i piedi, o che si guardi ad ovest nel burrone di San Bernardo o che si rivolga ad est in quello di Force, sprofondandosi l’uno e l’altro per forse più di un migliaio di metri da quella cima.
Chi si avanza ancora per la cresta, dopo quel punto discende rapidamente, percorsi appena duecento metri sul versante est, trova la famosa grotta delle Fate, altrettanto meschina per quanto celebre.
Corrono su questa grotta (oltre la nota leggenda della Sibilla che l’abitò in antichissimi tempi, e da cui prese il nome questo gruppo di monti), le solite tradizioni di tesori nascosti, di spiriti infernali che li custodiscono, e quella particolare di conservare incisi sulla pietra, in caratteri che nessuno mai ha potuto decifrare, i responsi della Sibilla.
Lasciando il resto, rispetto alle iscrizioni che realmente esistono e che con grande pazienza ho copiato nella loro forma genuina, posso dire che il mio tempo fu male impiegato, perché evidentemente le lettere leggibili mostrano di non essere anteriori al secolo decimoquinto, e, se alcuni sgorbi, non sono, come io pensavo di pastori o di gente che sapeva malamente scrivere è impossibile attribuire ad essi un significato più misterioso di quello che può darsi ad una lettera, o ad una sillaba di parola di cui le precedenti e seguenti lettere o sillabe, siano state cancellate o soppresse.
Del resto la grotta è di nessuna importanza; tutto e per tutto si riduce ad una caverna di forma pressochè circolare di pochi metri di diametro. Le iscrizioni di cui ho fatto parola, e qualche data, come quella del 1547, sono incise sul calcare all’intorno, e sopra la bassissima entrata della grotta.
Un’altra leggenda assai in voga fra i pastori di quei monti, è quella della dimora che vi fece Guerrino detto il Meschino, per scontarvi i suoi peccati, secondo alcuni, o secondo altri, alla ricerca della maga Alcina, che aveva l’ingresso del suo mondo incantato in una spelonca del monte Sibilla, e, a detta dei pastori, precisamente nella grotta delle Fate. Comunque sia, prendono il nome dal Meschino una fontana delle cui acque dicono che egli si dissetasse, e un lungo tratto di monte dove dimorò o si aggirò, uccidendo serpenti, mostri, e belve feroci che allora cessarono di infestare la contrada. A tale tradizione diede certo origine, e da corpo anche oggi tra i pastori, la “Storia delle grandi imprese e vittorie di Guerrino detto il Meschino riportate contro i Turchi”, in cui, tra le altre cose, si narra la visita che egli fece “dell’abitazione dell’incantatrice che si trova nelle montagne in mezzo dell’Italia donde poi andò a Norsa, indi a Roma”.
Da qui, prendendo un sentiero attraverso gli scogli, si discende verso Frondosa, località, dove stanziano l’estate i pastori, e donde risalendo verso la cima sud-ovest del monte Sibilla, e poi volgendo a sinistra, per il sentiero che tocca Passo cattivo, in meno di quattro ore si può fare ritorno a Visso.
Il mattino appresso gioverebbe, come ho già detto, di salire qualcuno dei monti che prospettano il gruppo principale, per mio conto, scelsi il monte Fema ( m.1573 ). Da questa montagna di calcare rosso, il gruppo principale dei Sibillini, da monte Rotondo al Vettore si spiega tutto d’innanzi facendo in mezzo al gran quadro bella mostra di se, con la sua originale struttura, monte Bove.
Io credo che chiunque abbia disponibile una mezza giornata, si troverà contento di avere seguito tale consiglio, e porterà con se una più chiara e duratura impressione di questo interessantissimo gruppo dell’Appennino centrale.”
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